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Copia della Madonna di Foligno di Raffaello

  

Pittore romano ante 1565 (Giulio Romano?), ante 1565, olio su tela, cm 255×177, Foligno, Museo Capitolare e Diocesano

Di dimensioni poco inferiori all’originale, commissionata a Raffaello dal folignate Sigismondo de Comitibus e ora conservata ai Musei Vaticani, “una Madonna con varii santi di Giulio Romano” viene ricordata nel 1771 su un altare della Cattedrale di San Feliciano, riferimento che indurrebbe a ritenerla eseguita nella tradizione della bottega raffaellesca dal suo più assiduo collaboratore e continuatore. Esaminando il dipinto e osservando le modalità esecutive e il ductus che lo caratterizzano, è difficile collocare il dipinto in un preciso ambito culturale e in un circoscritto arco cronologico. La sensazione che si trae dall’osservazione dell’opera è che si tratti di un dipinto di buona qualità, realizzato con una notevole adesione ai caratteri dell’originale, da cui dovrebbe discostarsi di non troppi anni.
La fortuna della Madonna di Foligno inizia con la Vita di Raffaello scritta da Giorgio Vasari nel 1550 e prosegue ininterrottamente per i secoli successivi non registrando alcun tipo di flessione. Foligno, che ospita l’opera dal 1565 al 1797, gode di una notorietà̀ internazionale “riflessa”, a livello sia di storiografia artistica, sia di un qualificato turismo culturale fatto di viaggiatori provenienti da tutta Europa, che hanno lasciato nei loro carnet de voyage ricordi e impressioni su questo famoso dipinto. Tale notorietà̀ accompagna le vicende dell’opera: prima a Parigi, dove la tavola arriva a seguito delle requisizioni napoleoniche, poi a Roma, dove approda nel 1816 in Vaticano, divenendo un punto fermo dell’educazione accademica.
La replica sembrerebbe dunque eseguita durante il periodo di permanenza romana della Madonna di Foligno, quindi senza dubbio prima del 1565, quando suor Anna de Comitibus, nipote di Sigismondo e abbadessa del monastero di Sant’Anna, la condusse a Foligno. Si giustificherebbe così l’ipotesi nella direzione di Giulio Romano, di cui l’opera mostra l’accentuata vocazione per un uso vivace del colore, per un chiaroscuro pieno di forza, per una rappresentazione delle figure in cui una maggiore robustezza si sostituisce alla delicatezza dello sfumato raffaellesco.
La presenza di uno stemma e di un numero d’inventario tracciato sul retro conferma la provenienza della tela dalla quadreria Roscioli, come rammenta un inventario di tutti gli arredi e dipinti, circa 110 pezzi, conservati a Roma negli appartamenti di Giovanmaria Roscioli, compilato il 12 ottobre 1641 e conservato all’Archivio Capitolare Diocesano di Foligno. Salvatasi dalla vendita dei beni Roscioli, la tela veniva descritta nel 1738 tra i quadri appesi in sacrestia in attesa di essere alienati: “dalla parte della Piazzetta un quadro in grande copia del quadro di Raffaele delle Monache di S. Anna rappresentante la Vergine col Bambino in braccio e altre figure come in detto originale senza cornice”. Fortunatamente la vendita non avvenne e il dipinto dovette essere invece collocato su uno degli altari, come si può̀ evincere dalla descrizione tardo-settecentesca della cattedrale.

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